Come aiutare il bambino ospedalizzato
Come aiutare il bambino ospedalizzato
Si è svolto mercoledì 24 novembre l’ultimo incontro del progetto “Benessere del bambino; genitorialità consapevole” organizzato dall’Associazione Pro Bimbi dal titolo “Come aiutare il bambino ospedalizzato”. Il primo relatore della serata è stata la signora Cinzia Cecchetti, coordinatrice infermieristica della U.O.C. di Pediatria dell’Ospedale di San Marino, che ha spiegato come il personale ospedaliero assiste nel ricovero sia dal punto di vista pratico sia da quello emotivo partendo dal riconoscimento del bambino come tale e non come un adulto in miniatura (gia in atto dal 1970. Partendo dal presupposto che l’ospedalizzazione del bambino può essere un evento traumatico sia per gli stessi pazienti sia per la famiglia, nella quale può insorgere un senso di colpa per non aver percepito o aver sottovalutato il malessere del bambino, sin dal 1980 a San Marino è stata autorizzata la presenza dei genitori in ospedale. E’ importante predisporre un ambiente ospedaliero a misura di bambino, ovvero creare un processo di assistenza a 3 anelli: bambino al centro del processo; personale sanitario preparato anche ad aiutare i bambini sia dal punto di vista psicologico che medico; famiglia componente attiva per aiutare il personale sui disturbi del bambino per definire la diagnosi. Infatti la malattia ed il ricovero rappresentano per il bambino la rottura di un equilibrio che cambia la vita: il movimento fisico limitato, le restrizioni, i cambiamenti alimentari la lontananza da casa. Tutto questo può portare a disturbi del sonno, regressioni a precedenti fasi di sviluppo (richiesta del ciucco, pipi a letto, capricci di vario genere) fino alla negazione di tutte le cure e le terapie. Per questo la tendenza attuale è di curare, per quanto possibile, a casa riducendo al massimo il tempo di permanenza in ospedale con il ricovero in day surgery. Il secondo relatore è stato il dott. Alberto Dionigi, esperto di psicologia dell’umorismo presso il dipartimento di psicologia di Bologna e clown dottore dell’associazione “l’aquilone di Iqbal” (www.aquiloneiqbal.it),. I Dott. Dionigi ha spiegato le potenzialità della clown terapia, cioè l’attuazione di tecniche “clownesche” in contesti di disagio al fine di migliorare l’umore delle persone, presentandone la storia, le tecniche utilizzate ed i risultati che si possono ottenere non solo nel bambino ospedalizzato, ma anche di riflesso nei genitori ed in tutto il personale sanitario. La finalità della clownterapia è migliorare la qualità della degenza dei bambini ospedalizzati, agendo sulla loro energia positiva per un più rapido processo di guarigione; inoltre, si può rendere l’ospedale a “misura di bambino” anche attraverso la pitturazione delle pareti del reparto, in modo da rendere più gradevole la permanenza del bambino stesso. Con il termine clownterapia si intende una disciplina specifica nata nel 1986 a New York a seguito delle visite in abiti “da lavoro” da parte di clown ad un amico ospedalizzato a causa di un tumore. Subito i medici si accorsero che gli altri pazienti chiedevano meno medicine e che l’umore era notevolmente migliorato, e decisero di istituire visite periodiche da parte dei clown, facendo loro indossare dei camici colorati in modo da sdrammatizzare la figura medica. La Clown terapia approda in Italia nel 1997, prima a Firenze nell’ospedale Meyer e nel 1999 a Cesena. Il Clown Dottore per svolgere il proprio operatato deve necessariamente possedere requisiti specifici fra i quali l’equilibrio psicofisico , il pensiero positivo, capacità artistiche e consapevolezza della propria importanza per lavorare su un duplice binario: arte e scienza. Il clown dottore opera nei contesti di disagio utilizzando le arti del clown e integrandole con conoscenze psico-socio-sanitarie al fine di agire sulle emozioni per modificarle. Quando i clowndottore, che lavorano sempre in coppia per consentire di improvvisare e operare su più fronti (bambino, mamma), entrano in reparto l’atmosfera della corsia già si muta. Il clown dottore lavora in stretta collaborazione con lo staff medico con cui stila un programma di interventi cercando di dei reparti e dei degenti. Il clown dottore utilizza nomi di fantasia, veste un camice colorato ed un trucco leggero per non spaventare i piccoli pazienti, e opera discretamente chiedendo agli destinatari il permesso di poter interagire e rispetta il no. L’obiettivo è di mutare lo stato emozionale dell’ambiente portarlo al clima di relax e concludere l’intervento lasciando l’effetto positivo raggiunto facendo attenzione agli effetti psicologici prodotti dall’intervento ed alle esigenze reali della persona e del sistema. L’attività della clownterapia non si limita alla pediatria, ma trova spazio anche in altre situazioni di disagio come: case di riposo, comunità, carceri. Lodevole la loro presenza tra i bimbi abruzzesi dopo il terremoto del 2009.













